Agenzia delle Entrate

Rateazioni Agenzia delle Entrate: non sono dovute le sanzioni dagli eredi del contribuente deceduto.

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Qualora nel corso di una rateazione si verifichi il decesso del contribuente, in relazione alle sole rate non ancora scadute, non può chiedersi agli eredi il pagamento delle somme dilazionate e dovute a titolo di sanzioni.
Nello stesso caso gli eredi non devono al fisco le somme pretese a titolo di sanzione per il ritardo nel pagamento delle rate ovvero dovute per il caso di decadenza dal beneficio del piano di rateazione causato dal contribuente deceduto.

E’ questo il principio espresso dall’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 29 del 7 agosto 2015.
L’Ufficio, nell’evidenziare che l’art. 8 del D.Lgs. n. 427/1997 dispone la intrasmissibilità agli eredi dell’obbligazione di pagamento di sanzioni tributarie, ha sancito l’estensione del medesimo principio anche all’ipotesi di decesso del contribuente in pendenza di un piano di rateazione.

L’Agenzia delle Entrate, facendo proprio l’indirizzo della Corte di Cassazione per cui v’è trasmissibilità delle sole sanzioni civili con esclusione di sanzioni di ogni altra natura (cfr. Cassazione Civile n. 12754/2014), pone a carico degli eredi il pagamento delle somme dilazionate dovute a titolo di imposte, interessi e sanzioni irrogate relative a rate già scadute e non pagate alla morte del contribuente.

Infine, per agevolare gli eredi nella regolarizzazione della debitoria, nel rispetto del principio di parità di trattamento, l’Ufficio ritiene applicabile ai casi di decesso del contribuente nel corso di rateazione, la proroga di tutti i termini prevista dal comma 3 dell’art. 65 del D.P.R. 600/1973.
In altre parole è prorogato a favore degli eredi, per un termine di 6 mesi, il decorso del termine per il pagamento delle rate scadute successivamente al decesso del contribuente. A tal fine è necessario che gli eredi comunichino tempestivamente all’Ufficio il decesso del contribuente. Tanto da permettere la predisposizione di un nuovo piano depurato dagli importi non dovuti dagli eredi a titolo di sanzioni.

Naturalmente, rideterminati gli importi dovuti, gli eredi saranno tenuti a corrispondere eventuali sanzioni che dovessero derivare da ritardo nei pagamenti delle rate ovvero decadenza dalla rateazione dovute per fatto proprio.

Breve guida al regime agevolativo per l’acquisto della prima casa.

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Il regime agevolativo per l’acquisto della “prima casa”, introdotto dalla legge n. 168 del 1982, è disciplinato dall’articolo 1 della Tariffa, Parte Prima,
allegata al Testo Unico sull’Imposta di Registro, nota II-bis.
Si tratta di un regime finalizzato ad incentivare l’acquisto della “prima casa” che può trovare applicazione per gli atti traslativi a titolo oneroso della proprietà di case di abitazione non di lusso e per gli atti traslativi o costitutivi della nuda proprietà, usufrutto, uso ed abitazione.
Il regime agevolativo si applica anche agli acquisti di immobili, da adibire a prima casa, in sede di vendite giudiziarie.

Requisiti soggettivi ed oggettivi per l’agevolazione “prima casa”
  1. l’abitazione non deve avere le caratteristiche di “immobile di lusso” ai sensi del Decreto Ministeriale 2 agosto 1969. Non assume rilevanza la classificazione catastale del bene immobile trasferito: la natura dell’immobile è determinata solo considerando i parametri fissati dal citato D.M. del 2 agosto 1969;
  2. l’immobile deve essere ubicato:
    – nel territorio del Comune in cui l’acquirente ha o stabilisca – entri i 18 mesi successivi all’acquisto – la propria residenza. La dichiarazione di voler stabilire la residenza deve essere resa nell’atto di acquisto.
    – oppure, nel territorio del comune in cui l’acquirente svolge la propria attività;
    – se trasferito all’estero per ragioni di lavoro, nel territorio del comune in cui l’acquirente ha sede o esercita l’attività il soggetto da cui dipende;
    – se l’acquirente sia cittadino italiano emigrato all’estero, nell’intero territorio nazionale purché l’immobile sia acquisito come “prima casa”.
  3. l’acquirente non deve essere titolare, esclusivo o in comunione con il coniuge, dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione
    ubicata nel territorio del comune ove è situato l’immobile da acquistare;
  4. l’acquirente non deve essere titolare, neppure per quote – su tutto il territorio nazionale – di diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà su altra casa di abitazione acquistata dallo stesso soggetto o dal coniuge con le agevolazioni “prima casa”.

Dal primo gennaio 2014, fatti salvi i requisiti soggettivi, per gli acquisti soggetti ad imposta di registro l’accesso al beneficio riguarda gli acquisti che abbiano ad oggetto una casa di abitazione che rientri nelle seguenti categorie catastali: A/2, A/3, A/4, A/5, A/6, A/7, A/11.
Se invece, la compravendita è soggetta ad I.V.A., l’abitazione di lusso resta quella indicata dal Decreto Ministeriale 2 agosto 1969.

L’agevolazione anche all’acquisto, contestuale o con atto separato, delle pertinenze dell’immobile.
Sono ricomprese tra le pertinenze le unita immobiliari classificate o classificabili nelle seguenti categorie catastali: C/2 (magazzini e locali di deposito), C/6 (stalle, scuderie, rimesse, autorimesse), C/7 (tettoie chiuse o aperte).
Le pertinenze rientranti nelle suddette categorie catastali possono beneficiare dell’agevolazione in parola, se sono destinate a servizio della casa di abitazione
oggetto dell’acquisto agevolato.

L’agevolazione spetta anche se l’immobile viene acquistato da un minore o da altri incapaci purché sussistano i requisiti richiesti dalla legge, incluso quello della residenza.

Dichiarazione tardiva di possesso dei requisiti per beneficiare dell’agevolazione “prima casa”

Le dichiarazioni relative al rispetto delle condizioni predette possono essere rese anche tardivamente.
L’acquirente deve provvedere mediante un rogito integrativo nel quale deve dichiarare la sussistenza dei requisiti richiesti per usufruire delle agevolazioni (cfr. risoluzione 2 ottobre 2006, n. 110 nonché circolare n. 38 del 2005).

Ammontare della agevolazione “prima casa”

Per gli acquisti soggetti ad imposta di registro, la tassazione applicabile per l’acquisto della “prima casa” è la seguente:

  • Imposta di registro, 3% sul prezzo di acquisto dell’immobile;
  • Imposta ipotecaria, dovuta in misura fissa per € 168,00;
  • Imposta catastale, dovuta in misura fissa per € 168,00;
  • Imposta di bollo, per € 230,00.

Per gli acquisti soggetti ad I.V.A., l’imposizione è la seguente:

  • Imposta sul valore aggiunto, 4% sul prezzo di acquisto dell’immobile;
  • Imposta di registro, dovuta in misura fissa per € 168,00;
  • Imposta ipotecaria, dovuta in misura fissa per € 168,00;
  • Imposta catastale, dovuta in misura fissa per € 168,00;
  • Imposta di bollo per € 230,00.
 Decadenza dalle agevolazioni “prima casa”

L’acquirente decade dai benefici fiscali:

  1. le dichiarazioni previste dalla legge si rivelano mendaci;
  2. non trasferisce la residenza nel Comune ove è ubicato l’immobile entro 18 mesi
    dell’acquisto. Il trasferimento della residenza e, infatti, elemento costitutivo del diritto alla agevolazione (cfr. Corte di Cassazione n. 4321/2009);
  3. trasferisce (sia a titolo oneroso che gratuito) l’immobile prima del termine di 5 anni dalla data di acquisto.
Il mancato trasferimento della residenza: il ravvedimento

L’acquirente che ha dichiarato nell’atto di acquisto di voler trasferire la residenza nel comune ove è ubicato l’immobile acquistato con l’agevolazione ‘prima casa’, e si trova, prima della scadenza dei 18 mesi, nelle condizioni di non poter rispettare l’impegno assunto, può revocare la dichiarazione di intenti formulata nell’atto di acquisto dell’immobile.

A tal fine è tenuto a presentare un’apposita istanza all’Ufficio presso il quale è stato registrato l’atto, con la quale dichiara di evocare la dichiarazione di intenti.
L’ufficio procederà poi alla notifica di apposito avviso di liquidazione dell’imposta dovuta oltre che degli interessi calcolati a decorrere dalla data di stipula dell’atto di compravendita. In detto caso non è prevista l’irrogazione della sanzione del 30%, giacché, entro lo scadere dei 18 mesi dalla data dell’atto, non può essere imputato al contribuente il mancato adempimento dell’impegno assunto.

Decorso il termine di 18 mesi, l’acquirente incorre nella decadenza dall’agevolazione. Pertanto sarà pertanto tenuto a corrispondere la differenza di imposta, gli interessi e la sanzione, come liquidati dall’Ufficio.
Ricorrendone i presupposti, il contribuente potrà accedere all’istituto del ravvedimento operoso, beneficiando di una riduzione della sanzione.

Effetti della decadenza dalle agevolazioni

Per l’ipotesi di decadenza, il contribuente è tenuto al pagamento:

  • della differenza tra imposte di registro, ipotecaria e catastale in misura ordinaria e le imposte corrisposte per l’atto di trasferimento, oltre una sanzione pari al 30% delle stesse imposte, e il pagamento degli interessi di mora;
  • per le cessioni soggette ad I.V.A. l’Ufficio procederà al recupero della differenza d’imposta non versata, oltre che irrogare una sanzione pari al
    30% della differenza medesima, e richiedere il pagamento degli interessi di mora.

Cassazione: per gli accertamenti alle imprese la contabilità in nero è prova del maggior reddito.

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La “contabilità in nero”, costituita da fogli e quaderni dell’imprenditore è prova del maggior reddito. È quanto statuito dalla Corte di Cassazione in sentenza 21 ottobre 2014 n. 22265.
Il Supremo collegio ha rinviato la causa alla CTR dell’Emilia Romagna una sentenza della CTP di Bologna che ha annullato pretesa a carico del contribuente, sul presupposto che, pur essendo rinvenuta dalla Guardia di Finanza documentazione extra-contabile, questa non poteva assurgere a prova del maggior reddito, costituendo mero indizio.

Ebbene, secondo la Cassazione, l’Agenzia delle Entrate ha ragione nel ritenere che ai sensi dell’articolo 39, comma 1, lett. d) del D.P.R. n. 600 del 1973 non si può escludere la valenza probatoria ex se della documentazione extra-contabile

La contabilità in nero rappresenta un valido elemento indiziario dovendo ricomprendersi, tra le scritture contabili disciplinate dagli articoli 2709 e ss. del codice civile, “tutti i documenti che registrino, in termini quantitativi o monetari, i singoli atti d’impresa, ovvero rappresentino la situazione patrimoniale dell’imprenditore e il risultato economico dell’attività svolta”.

Ne consegue la possibilità, per l’Amministrazione finanziaria, del ricorso all’accertamento induttivo incombendo sul contribuente l’onere di fornire la prova contraria, al fine di contestare l’atto impositivo notificatogli.

Avviso di accertamento tributario esecutivo, che cos’è, come funziona, cosa fare in caso di notifica?

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L’eliminazione della cartella esattoriale come atto esecutivo è una delle novità di maggiore rilievo in materia di riscossione dei tributi varate nel corso degli ultimi anni.

A partire dal giorno 1 ottobre 2011, infatti, e con riferimento ai periodi di imposta in corso al 31 dicembre 2007 e successivi, l’atto di accertamento costituisce titolo esecutivo e precetto.

Nello specifico la nuova procedura si applica agli avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate e relativi a:

  1. Imposte dirette (IRPEF, IRES);
  2. IRAP;
  3. IVA;
  4. Ritenute, sia a titolo di acconto che d’imposta;
  5. Imposte sostitutive;
  6. Ai connessi provvedimenti di irrogazione di sanzioni.

Restano pertanto escluse dal nuovo modello procedurale i tributi erariali diversi quelli appena elencati (imposta di bollo, imposta di registro, ecc.) ed i tributi locali (TARSU, ICI, TIA, IMU, ecc.).

Detti avvisi di accertamento, devono essere muniti dell’intimazione ad adempiere l’obbligo di pagamento degli importi in essi indicati entro il termine di 60 giorni dalla notifica.
Decorsi 30 giorni dal termine ultimo per il pagamento la riscossione è affidata in carico agli agenti della riscossione (es. Equitalia) ai fini dell’esecuzione forzata.

Cosa fare se viene notificato un avviso di accertamento esecutivo?

Innanzitutto va detto che il termine di 60 giorni dalla notifica entro cui il contribuente deve pagare oppure presentare ricorso può essere allungato fino ad ulteriori 90 giorni se viene presentata istanza di accertamento con adesione. Oppure di ulteriori 45 giorni se il termine ultimo di 60 giorni dalla notifica dell’avviso di accertamento esecutivo cade nel cosiddetto “periodo feriale” e, cioè, dal giorno 1 agosto al 15 settembre di ogni anno.

Fondamentale è, pertanto, la data di notificazione dell’atto.

Dopo la notifica dell’avviso di accertamento esecutivo, nell’ ipotesi in cui il contribuente ritenga di poter agevolmente provare che l’Amministrazione Finanziaria sia incorsa in errore (errore di persona, di calcolo, sul presupposto dell’imposta, doppia imposizione, pagamenti già avvenuti, ecc.) si può presentare istanza  di autotutela all’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate che ha emesso il provvedimento chiedendo l’annullamento o la revoca dell’atto.

Occorre tenere bene a mente che la presentazione dell’istanza di autotutela non sospende i termini per l’impugnazione dell’atto.

L’impugnazione dell’accertamento esecutivo e la riscossione a titolo provvisorio.

Altre azioni possibili sono il pagamento o l’impugnazione dell’atto con ricorso dinnanzi alla Commissione Tributaria Provinciale competente. Qualora il contribuente rinunci a presentare ricorso e provveda a pagare nei termini di 60 giorni dalla notifica dell’accertamento, gode di una riduzione a 1/3 delle sanzioni amministrative irrogate.

Nel caso in cui l’atto di accertamento sia impugnato con ricorso davanti alla Commissione Tributaria, sempre entro 60 giorni dalla notifica dell’atto, il contribuente è tenuto a versare, a titolo provvisorio, 1/3 delle somme riscuotibili.
La proposizione del ricorso impone il pagamento, a titolo provvisorio, di dette somme.
Per ovviare all’immediata riscossione di tali importi dovuti a titolo provvisorio, è possibile proporre istanza di sospensione:

  • istanza di sospensione giudiziale ai giudici in attesa che il giudizio venga definito;
  • istanza di sospensione urgente al presidente della Commissione Tributaria adita;
  • istanza di sospensione amministrativa indirizzata alla Amministrazione Finanziaria che ha reso l’avviso di accertamento impugnato.

L’esecuzione forzata in forza di avviso di accertamento esecutivo.

Spirato il termine di 60 giorni dalla notifica per il pagamento degli importi accertati, gli avvisi di accertamento diventano esecutivi. Decorsi ulteriori 30 giorni, la riscossione delle somme richieste è affidata agli agenti della riscossione (es. Equitalia) per l’esecuzione forzata e senza che si proceda a notifica della cartella di pagamento.

L’affidamento della riscossione è comunicato dagli agenti, a mezzo raccomandata, al contribuente. L’esecuzione forzata è sospesa per un periodo di 180 giorni.

In questo periodo di sospensione è consentito al contribuente di valutare la possibilità di chiedere all’agente della riscossione una dilazione di pagamento delle somme accertate.

Decorso detto termine di sospensione, l’agente della riscossione, solo in forza dell’avviso di accertamento e senza la preventiva notifica della cartella di pagamento, procede ad espropriazione forzata.

In ogni caso l’espropriazione deve essere avviata, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui l’accertamento è divenuto esecutivo.

Concludendo, con la nuova procedura occorrono circa 9 mesi prima che si possa avviare la riscossione coattiva delle somme accertate. Il contribuente, infatti, ha 60 giorni dalla notifica dell’atto per pagare oppure proporre ricorso. Ulteriori 30 giorni per l’affidamento in carico della sua posizione all’agente della riscossione.

Da questo momento le azioni esecutive sono sospese per 180 giorni senza che al contribuente sia richiesto alcun adempimento. Pertanto i termini standard per l’esecuzione forzata, solo in caso di notifica di avviso di accertamento esecutivo, si allungano fino a 270 giorni.