Prescrizione cartelle esattoriali. La Cassazione “eleva” il termine?

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La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sulla prescrizione di avvisi di accertamento e cartelle esattoriali notificate dall’Agenzia delle Entrate.



Con l’ordinanza n. 10549 del 15 aprile 2019 la Corte di Cassazione corregge l’orientamento sulla prescrizione degli avvisi di accertamento e delle cartelle esattoriali IRPEF (e tributi erariali in genere) nel caso in cui il contribuente non propone ricorso nei termini di legge.

Sull’argomento la Cassazione ha già assunto una posizione netta nel 2016, con la sentenza n. 23397 delle Sezioni Unite, sancendo che, qualora i contribuenti non impugnano avvisi di accertamento o cartelle di pagamento entro il termine stabilito per il ricorso, la prescrizione “breve” (5 anni) non si converte in termine “lungo” (10 anni).

Peraltro, se la legge che regola una specifica entrata prevede un termine di prescrizione inferiore, allora si tiene conto di quest’ultimo per valutare l’eventuale estinzione del credito.

Il richiamato principio di diritto si applica a tutti gli atti riguardanti crediti previdenziali, entrate dello Stato e tributi di Regioni, Province, Comuni e altri Enti Locali.

Il termine decennale, invece, riguarda la prescrizione di tali entrate solo se è promosso ricorso a seguito del quale il Giudice pronuncia una sentenza che poi diventa definitiva (passata in giudicato), che sancisce l’esistenza del credito a favore dell’Agenzia delle Entrate o dell’Amministrazione Finanziaria interessata.

Ebbene, la Corte di Cassazione, con l’ordinanza del 15 aprile ribadisce questi principi e ne chiarisce in maniera più precisa la portata.

Avvalendosi di precedenti pronunce riguardanti la questione, sancisce che il credito IRPEF (e le altre entrate erariali) indicato negli avvisi di accertamento e cartelle esattoriali notificate dall’Agenzia delle Entrate, in caso di mancata impugnazione nei termini di Legge, si prescrive nel termine di 10 anni dalla loro notifica.

Questa lettura, secondo i Supremi Giudici, è più consona alla natura dei tributi erariali – e specificamente IRPEF – giacché, tale imposta è dovuta in ragione delle valutazione, circa la sussistenza dei presupposti impositivi richiesti Testo Unico delle Imposte sui Redditi, che viene effettuata per ciascun anno d’imposta.

Ciò a differenza di quanto accade, per esempio, per i tributi comunali (es. TARI). Questi ultimi, in quanto funzionali all’erogazione di prestazioni essenziali, costituiscono un credito periodico da pagare di anno in anno.
La prescrizione è “breve” (5 anni), oppure inferiore.

Dunque, i crediti erariali (tra cui l’IRPEF) sono sempre soggetti a prescrizione ordinaria (10 anni), a meno che la legge disponga diversamente come, ad esempio, nel caso dei contributi previdenziali (prescrizione quinquennale prevista espressamente dalla legge).

La prescrizione delle sanzioni segue quella di ciascun tributo.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 10549/2019 ha poi occasione di riportare anche un altro importante principio di diritto.

Ribadisce che il termine di prescrizione delle sanzioni irrogate con avvisi di accertamento e cartelle esattoriali notificate dall’Agenzia delle Entrate è identico a quello del tributo a cui l’atto si riferisce.

Ciò perché la sanzione costituisce un accessorio del credito tributario e, per questo motivo, segue le stesse sorti riguardo il termine di prescrizione.