Referendum Giustizia 2026: perché voto NO alla riforma della magistratura.

Partecipare al Referendum Costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 è dovere civico ed esercizio di libertà e responsabilità.
Dopo un’attenta analisi del testo di riforma della magistratura in consultazione referendaria ho maturato la convinzione che il testo non risponda a reali urgenze del sistema giustizia e dei cittadini.

La riforma costituzionale della magistratura italiana rischia di incrinare l’equilibrio tra poteri dello Stato, senza risolvere antichi problemi.

Referendum Giustizia 2026: la “separazione delle carriere” è già realtà

Mediaticamente il pilastro della riforma viene indicato nella necessità di separare, in specie nel settore della giustizia penale, le carriere tra giudici e pubblici ministeri. E’ corretto chiarire a chi legge che questo obiettivo è già realtà, essendo stato sostanzialmente raggiunto con la Riforma Cartabia (Legge n. 71/2022).
Oggi il passaggio tra le funzioni è già rigorosamente limitato. È ammesso un solo passaggio nell’arco dell’intera vita professionale di un magistrato e deve avvenire entro i primi 10 anni dall’assegnazione della sede.

Ritengo che stravolgere la Costituzione per un principio già vigente nella normativa è un intervento sproporzionato.

Fine della magistratura correntizia? No, rafforzamento del controllo politico della magistratura.

La riforma introduce un sistema che a mio avviso, solo nelle intenzioni, sarebbe teso a porre fine al “sistema delle correnti” negli organi di governo della Magistratura.
Si dice: “Per spezzare lo strapotere delle correnti, la riforma introduce il sorteggio entro elenchi qualificati”.

 A mio parere siamo di fronte al più classico gattopardesco “cambiare tutto per non cambiare niente”.
Basta leggere il testo di riforma dell’art. 104 Cost. nella parte in cui disciplina la composizione dei previsti Consigli Superiori della Magistratura giudicante e inquirente:

Art. 104 Cost.: “Gli altri componenti sono estratti a sorte, per un terzoda  un elenco di professori ordinari di universita’ in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio, che il  Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila  mediante elezione,  e,  per  due  terzi,  rispettivamente,  tra  i  magistrati giudicanti e  i  magistrati  requirenti,  nel  numero  e  secondo  le procedure previsti dalla legge.

Dunque, a chiare lettere la Costituzione sancirà che la politica, l’orientamento politico, le “correnti” non saranno mai fuori dal governo della magistratura. 
E’ qui che si annida la scelta politica che il sorteggio dovrebbe (solo dichiaratamente) neutralizzare.

Ritengo che il testo della riforma verrà a costituzionalizzare un meccanismo che mina alla base l’autonomia del potere giudiziario: una magistratura che dipende ancora più pervicacemente da criteri di selezione politica, che cessa del tutto di essere un potere indipendente, diventando vulnerabile alle influenze della maggioranza di governo di turno.

Referendum Giustizia 2026: le vere priorità dimenticate.

La riforma, ormai è noto a tutti, non risponde alla principale criticità sentita dai cittadini, la lentezza della giustizia.
L’intervento proposto non offre alcuna soluzione concreta per risolvere la cronica carenza di personale amministrativo e di magistrati nei tribunali e nelle corti.
Non assicurerà l’efficienza dei procedimenti, neppure garantirà supporto tecnico alla Polizia Giudiziaria che oggi necessita di più personale, budget, competenze digitali e strumenti d’avanguardia per contrastare il crimine, gli illeciti e le nuove forme di reato tecnologico.
Serve poi un’informatizzazione seria, interoperabile ed efficace, che non si limiti alla dematerializzazione dei documenti ma che snellisca realmente le procedure.

Senza investimenti in risorse umane, economiche, tecniche, la giustizia resterà lenta ed inefficiente a prescindere da qualunque riforma costituzionale.
Basta guardare i dati.

Secondo il Ministero della Giustizia e il report CEPEJ (Council of Europe) in Italia operano circa 12 giudici ogni 100.000 abitanti, a fronte di una media europea di 22.

Quanto ai Pubblici Ministeri la carenza è ancora più marcata, con 4 P.M. ogni 100.000 abitanti contro una media UE di 11.

Le relazioni per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 confermano che le piante organiche soffrono di una scopertura media che oscilla tra il 13% e il 15%, rendendo i carichi di lavoro tra i più alti d’Europa.

Nonostante i recenti concorsi, la scopertura del personale amministrativo (cancellieri, funzionari, tecnici) rimane critica, superando in molti distretti il 25-30%.

Nelle relazioni dei Procuratori Generali, emerge un grido d’allarme costante:
le sezioni di Polizia Giudiziaria operano con organici definiti “ridicoli” rispetto alla complessità delle indagini moderne. Manca un budget specifico per l’aggiornamento tecnologico necessario a fronteggiare il crimine informatico e per la gestione delle intercettazioni telematiche.

Al 2025 la spesa effettiva per l’ammodernamento delle infrastrutture giudiziarie è rimasta al di sotto del 20% dei fondi stanziati, segnale di una difficoltà burocratica che una riforma costituzionale di certo non può risolvere.

Infine, il PNRR impone scadenze rigide entro giugno 2026, ma i dati aggiornati al 2025 mostrano luci e ombre.

Nel settore penale sembra che l’obiettivo di riduzione del 25% della durata è stato sostanzialmente raggiunto (con una media di circa 866 giorni per i procedimenti nel 2025).

Nel settore civile, invece, la situazione resta drammatica. La durata media si attesta sui 1.814 giorni (circa 5 anni). L’obiettivo PNRR di una riduzione del 40% entro il 2026 è considerato, da diversi osservatori istituzionali, estremamente difficile se non “impossibile” da raggiungere senza riforme strutturali sugli organici amministrativi.

I nuovi C.S.M. e l’Alta Corte: aggravio della spesa pubblica

In un momento in cui le risorse dovrebbero essere convogliate verso servizi essenziali, la riforma prevede lo sdoppiamento di organi e l’istituzione di nuovi apparati.
Parlo dell’istituzione di un ulteriore Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Alta Corte disciplinare.

Un superfluo aumento dei costi per lo Stato per mantenere strutture istituzionali superflue rispetto agli obiettivi dichiarati, senza un reale beneficio per l’efficacia del sistema.

Responsabilità dei magistrati: l’alternativa è possibile

Il tema della responsabilità dei magistrati è senz’altro sentito dai cittadini, ed è un tema senza dubbio condivisibile. Tutti siamo umani, tutti possiamo sbagliare.
Per garantire che chi sbaglia (davvero!) paghi non è necessario stravolgere la Costituzione e creare una ulteriore istituzione.

Basterebbe intervenire con presidi e procedure legislative mirate ed efficaci, capaci di sanzionare le vere negligenze senza compromettere l’autonomia della funzione giudiziaria.

In sintesi. La mia non è opposizione ideologica, politica, fine a se stessa, non è maturata con pregiudizio. Non è opposizione o rifiuto del cambiamento, bensì manifestazione dell’esigenza di un cambiamento diverso e possibile.

Un cambiamento che investa in persone e mezzi, assicurando rapidità dei giudizi e che davvero assicuri l’indipendenza della magistratura da qualsiasi interferenza politica.

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